Presunti malocchi tra una vetreria dimessa e ceneri nel tè

Nonostante fosse ormai vecchio, quel palazzo in centro dall’ ascensore perennemente non funzionante era stato un bell’investimento. Certo, gli scalini erano alti, numerosi in ogni rampa, il terzo piano era lontano e impediva agevoli spostamenti alla mia nonna ottantenne e tabagista. Qualcuno doveva pur discendere tra le strade trafficate per evitare l’estinzione del vizio. Le versai il tè, ci scambiammo qualche parola, la mia scarsa conoscenza della lingua e la perduta loquacità di mia nonna impedivano comunicazioni lunghe, cosa che ho rimpianto per tutta la vita. Prima di scendere con i soldi per le sigarette ” già che ci sei prenditi anche una coca cola, fa caldo” (della coca cola potevo usufruire anche in occidente, era il doogh la rarità invernale di cui facevo scorta, come dell’acqua il cammello, durante le mie estati d’oriente). Avevo imparato ormai che prendendo una bella rincorsa e mantenendo il ritmo riuscivo a saltare l’intera rampa di scale, risparmiandomi quei gradini alti. L’avvertimento prima di uscire era “Attenta a non guardare il signor Lotfi, quello fa il malocchio!”. Il signor Lotfi era perennemente seduto su un muretto di fronte a una vetreria chiusa. Aveva i capelli bianchi e disordinati, era grasso e propeso in avanti, con le mani appoggiate sulle ginocchia, scrutando i passanti con i suoi occhi azzurri e acquosi, complice lo spalancamento continuo e la cataratta. Non ricordo avesse mai detto una parola. In effetti non ricordo d’averlo mai salutato. Il suo sguardo peró, in quanto proibito e forse cattivo, mi attraeva e mi ipnotizzava. Successivamente lessi a scuola il Cuore rivelatore di Edgar Allan Poe. Quell’occhio di vetro me l’avrebbe ricordato, il signor Lotfi, dalla camicia grigia e la grande pancia. Il signor Malocchio soleva vegetare sempre di fronte a quella vetreria. Che gli appartenesse? Non ho mai saputo se fosse un barbone o il proprietario di quella vetreria, se avesse dei nipoti o se fosse un uccellaccio del maugurio. Era sempre lì, quando scendevo per comprare le sigarette a nonna e sorseggiavo doogh – la mia ambrosia allo yoghurt – quando andavo a lezioni di santur, quando pattinavo nel parco ai piedi del Monte Roccioso. Forse mi piaceva guardarlo perchè in fondo speravo in un malocchio, che per me era “zia, ho mal di testa, mi hanno fatto il malocchio!”, essendo ancora più affascinata dall’ antica pratica zoroastriana della presunta rimozione del presunto malocchio.

Il crepuscolo recitava in blu e viola insieme alla voce del muezzin, tra le striature di rosso e le nuvole veloci come il tempo, mentre il signor Lotfi svaniva insieme alle sigarette e al tè, alla laconicità affettuosa nel terzo piano di un vecchio palazzo in centro, insieme ai doogh buoni davvero, svanivano per ultime le parole della sorella più piccola di mio padre, precedute da convenevoli divertiti ma in ogni caso sinceri  “fanculo gli occhi salati del signor Lotfi…”. Sfumava tutto in un arazzo vistoso nella sala del ricordo, immortalava in vivide tinte vivaci quello che era stato e mai più sarà.

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