Le luci tremavano in una stanza scarna, dove tutto aveva il colore del legno e la fluidità del miele. Cadevan sui tappeti lisi bombe silenziose che esplodevano in un soffio, lasciando cadaveri di aracnidi e le loro opere incompiute. Il sole tramontava saturando la stanza finchè non arrivò, finalmente, con i suoi solchi sul viso arido e le occhiaie nere. Si sbottonò la camicia e ossevò il suo seno diafano, come fosse immune al calore di quella stanza, alle luci del crepuscolo imminente. Rifletteva solo il freddo. Era insopportabile la visione di quell’areola che sfumava scura verso il capezzolo, così fuori luogo, una macchia traslatasi da quella stanza, dalla finestra, al centro del suo seno. Si mise a cercare disperatamente con le mani pallide e sanguinanti tra la polvere e fogli.

Tagliò con delle forbici vecchie quelle macchie deturpanti. Arcobaleni di fumo si infransero sullo specchio. Avevano l’odore dell’erba fumata in giovinezza, delle ridicole lettere d’amore scritte su pentagrammi ruvidi con grafia tremolante e umida. Cadeva tutto come come bombe sommesse, lagrime leggere subito vapore.

*****

Cadde con il suo corpo di fantasma sui cadaveri i ragni. Un lieve scricchiolio della sua guancia contro quei corpi incrinò il silenzio. Calava la notte e si infrangeva sulla sua neve.

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