La paura del dentista può non rivelarsi limpidamente come manifesto terrore ma filtrare la realtà con sipari apparentemente trasparenti sugli occhi vigili di chi paventa.

Sono quasi vent’anni ormai che con varia cadenza, varia statura e colore di capelli percorro la strada verso la mia vecchia scuola materna ed elementare. L’immagine che associo a quei momenti di vicinanza alle foglie umide sul marciapiede è proprio quella caducità autunnale di inizio scuola, l’eccitazione di settembre, la vigilia del periodo dell’anno che preferisco da sempre. Dopo tanti anni forse i miei ricordi sono sfocati, in effetti sarà complice uno di quegli sfondi desktop predefiniti di Windows, lo standard dei viali alberati in autunno. La sensazione delle scarpe che affondavano in quelle foglie però, quel tappeto scivoloso di caducità e colori saturi è vivido e cristallino. [In effetti devo dire che l’Ama da queste parti sta svolgendo un egregio lavoro, questo è un ricordo davvero molto lontano]

Mi capita ancora oggigiorno, con meno frequenza ovviamente, di percorrere quella stessa via. Le foglie erano verdi, ma cadevano comunque, e la loro densità nell’aria faceva pensare a un autunno verde. C’era vento, l’umidità tipica di Roma, il cielo era plumbeo. Come sempre, rivolsi uno sguardo alla mia scuola, alla grande bandiera dell’Unione Europea e a quella italiana. Idilliaca visione di un fiero edificio rossastro, ostentazione dell’ identità nazionale e continentale agitata dal vento, con accanto un vecchio signore a torso nudo dal petto in fuori e l’aria tronfia e assonnata, una pancia sporgente e levigata come le colline nei dipinte e i capelli ricci e grigiastri… Un vecchio signore sul tetto accanto alle bandiere con i capelli acconciati da vecchietta amante della permanente?

Avevo sonno e tutto sembrava così surreale. Io romanticamente evocavo i ricordi dei miei sentieri d’infanzia, e, volgendo lo sguardo alla vecchia scuola come un migrante volgeva lo sguardo all’Europa in direzione di Ellis Island, vedevo un coatto d’altri tempi grattarsi la pancia e fissare gli alberi sotto i quali io avevo rallentato il passo per scrutarlo esterrefatta.

Più avanti, accanto al bar dall’altra parte della strada mi sembrò di vedere mio zio, solo che mio zio è rinchiuso in un manicomio “light” dell’area mediorientale. Notai poi che era troppo grasso per essere lui, ma considerato che non lo vedevo da molti anni era veromisible che potesse aver messo su peso.

Dopo vecchi signori dai riccioli polverosi sui tetti delle scuole non potevo stupirmi se uno zio depresso era giunto a bordo dell’Orient Express per godersi un po’ di vacanze in periferia romana.

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