Veemenza old fashioned

Tu non sei di questo mondo ma ti ci aggrovigliasti come fosse ragnatela. Di un grosso aracnide che vuoi compiacere donandogli mosche, farfalle, moscerini e la speranza di non essere tu il prossimo insetto, regalo di qualcun altro. Non capisci? Non sei di questo mondo. Eppure questa caverna ti rassicura, quest’aracnide malvagio lo chiami casa, patria, famiglia. Il tuo focolare è fuoco fatuo, è l’esosfera, non accontentarti di ciò che è putrido.

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Presunti malocchi tra una vetreria dimessa e ceneri nel tè

Nonostante fosse ormai vecchio, quel palazzo in centro dall’ ascensore perennemente non funzionante era stato un bell’investimento. Certo, gli scalini erano alti, numerosi in ogni rampa, il terzo piano era lontano e impediva agevoli spostamenti alla mia nonna ottantenne e tabagista. Qualcuno doveva pur discendere tra le strade trafficate per evitare l’estinzione del vizio. Le versai il tè, ci scambiammo qualche parola, la mia scarsa conoscenza della lingua e la perduta loquacità di mia nonna impedivano comunicazioni lunghe, cosa che ho rimpianto per tutta la vita. Prima di scendere con i soldi per le sigarette ” già che ci sei prenditi anche una coca cola, fa caldo” (della coca cola potevo usufruire anche in occidente, era il doogh la rarità invernale di cui facevo scorta, come dell’acqua il cammello, durante le mie estati d’oriente). Avevo imparato ormai che prendendo una bella rincorsa e mantenendo il ritmo riuscivo a saltare l’intera rampa di scale, risparmiandomi quei gradini alti. L’avvertimento prima di uscire era “Attenta a non guardare il signor Lotfi, quello fa il malocchio!”. Il signor Lotfi era perennemente seduto su un muretto di fronte a una vetreria chiusa. Aveva i capelli bianchi e disordinati, era grasso e propeso in avanti, con le mani appoggiate sulle ginocchia, scrutando i passanti con i suoi occhi azzurri e acquosi, complice lo spalancamento continuo e la cataratta. Non ricordo avesse mai detto una parola. In effetti non ricordo d’averlo mai salutato. Il suo sguardo peró, in quanto proibito e forse cattivo, mi attraeva e mi ipnotizzava. Successivamente lessi a scuola il Cuore rivelatore di Edgar Allan Poe. Quell’occhio di vetro me l’avrebbe ricordato, il signor Lotfi, dalla camicia grigia e la grande pancia. Il signor Malocchio soleva vegetare sempre di fronte a quella vetreria. Che gli appartenesse? Non ho mai saputo se fosse un barbone o il proprietario di quella vetreria, se avesse dei nipoti o se fosse un uccellaccio del maugurio. Era sempre lì, quando scendevo per comprare le sigarette a nonna e sorseggiavo doogh – la mia ambrosia allo yoghurt – quando andavo a lezioni di santur, quando pattinavo nel parco ai piedi del Monte Roccioso. Forse mi piaceva guardarlo perchè in fondo speravo in un malocchio, che per me era “zia, ho mal di testa, mi hanno fatto il malocchio!”, essendo ancora più affascinata dall’ antica pratica zoroastriana della presunta rimozione del presunto malocchio.

Il crepuscolo recitava in blu e viola insieme alla voce del muezzin, tra le striature di rosso e le nuvole veloci come il tempo, mentre il signor Lotfi svaniva insieme alle sigarette e al tè, alla laconicità affettuosa nel terzo piano di un vecchio palazzo in centro, insieme ai doogh buoni davvero, svanivano per ultime le parole della sorella più piccola di mio padre, precedute da convenevoli divertiti ma in ogni caso sinceri  “fanculo gli occhi salati del signor Lotfi…”. Sfumava tutto in un arazzo vistoso nella sala del ricordo, immortalava in vivide tinte vivaci quello che era stato e mai più sarà.

I mangiatori di soufflè

La regina delle risaie si rifiniva i tratti del volto con polvere da sparo mentre inspirava l’odore umido delle baite e il romanticismo vittoriano. Ogni sera pettinava il cielo e i prati per portare frammenti pastello nei suoi dipinti di porcellana, preparava meravigliose sinfonie di curcuma e tuberi, univa l’estate della mentuccia secca al verso delle cicale nelle cipolle soffritte. Aspettavamo corrosi da quell’ansia puerile e selvaggia di guardare il cielo caderci addosso durante uno tsunami di vento. La donna delle risaie non tornava più. Non c’erano più le patate schiacciate dal colore del sole, del sole estivo di mezzogiorno con il calore del curcuma.
Una cortigiana con petali di begonia sulle guance e ragni tra le ciglia bruciava le spezie d’oriente, gratinava ed eliminava il freddo e inseriva il grasso di suini morti. Trangugió tutto ingollando vino stantio. La osservammo indifferenti gustando il nostro dolce succo d’uva pregiato.

Mentre Morrissey canta Girl Afraid

Com’è andata la tua giornata? Cosa hai fatto oggi dopo il lavoro? Io ho appena finito e sono distrutta, mi fanno male le gambe, strizzavo gli occhi di fronte al computer, sembrava avessi un tic nervoso. Ti capita mai, di sentire le orbite strette e la testa fluttuante, i movimenti ritardati e il mondo esterno totalmente inesistente? Forse si dice rincoglionita, o fulminata, o fuori di melone che dir si voglia. Oggi mentre sfregavo le patatine fritte sull’afta che mi è spuntata sul labbro, per una parvenza di disinfezione, non facevo che pensare a quando andavamo insieme a mangiare schifezze e tu finivi il tuo panino in mezzo secondo e mentre io masticavo lentamente mi parlavi e io ti ascoltavo, ti ascoltavo attentamente. Oggi vicino a me c’erano due tipi che ciarlavano fitto ma io non avevo occhi che per il cellulare e orecchie che per i miei ricordi, quando ho alzato lo sguardo ho notato che uno dei due mi fissava. Non avrei voluto accorgermene, non avrei voluto esistere per nessuno durante la mia distrazione agrodolce, ma tanto quel panino era disgustoso e lo potevo anche lasciare a metà.

Ingredienti tipo per un patè di rammarico

Centellinava frammenti di dignità, staccandoli da sè come pelle morta, nel calderone delle bramosie, in un tripudio di immagini bizzarre ospitate da una mente che poco aveva visto ed esperito, un fiore impaziente di mostrare, seppur in estremo ritardo, il suo potenziale rigoglio, un frutto che annaspando invano nel tentativo di non lasciare l’albero, è dovuto cadere, marcendo sacrilego sulla terra, calpestato da felici ignari, mentre i suoi fratelli maturavano rispettando il dogma del tempo.