Brutture Estive #1

La resistenza all’incedere del tempo, ai soprusi, al fato.

La vita, la mente, il prolungamento delle sofferenze sono manifestazioni impide di autolesionismo. L’estremo gesto è trascinarsi nel percorso predefinito che l’umanità ci offre o impone. Il primo vagito è il principio del dolore.
La malattia è la consapevolezza.
Chiederemo agli psicoanalisti di riformattarci. Non devi creare disagio negli altri.

Le fatiche e le sofferenze ci vengono addolcite dagli ideali dell’amore, della libertà. Hanno confuso l’istinto di conservazione con sentimenti aulici, che muovono il cielo e le stelle.  Il cielo è soltanto un’opprimente recinto dai colori che calmano le nostre esigenze estetiche, impregnano di languore fittizio un blocco di solitudine e rancore. Gli esseri viventi di questa terra altro non sono per noi che compagni di cella. C’è chi ha accettato i palliativi della natura. Noi guardiamo l’iride felino e piangiamo questa dualità.

 

La paura del dentista può non rivelarsi limpidamente come manifesto terrore ma filtrare la realtà con sipari apparentemente trasparenti sugli occhi vigili di chi paventa.

Sono quasi vent’anni ormai che con varia cadenza, varia statura e colore di capelli percorro la strada verso la mia vecchia scuola materna ed elementare. L’immagine che associo a quei momenti di vicinanza alle foglie umide sul marciapiede è proprio quella caducità autunnale di inizio scuola, l’eccitazione di settembre, la vigilia del periodo dell’anno che preferisco da sempre. Dopo tanti anni forse i miei ricordi sono sfocati, in effetti sarà complice uno di quegli sfondi desktop predefiniti di Windows, lo standard dei viali alberati in autunno. La sensazione delle scarpe che affondavano in quelle foglie però, quel tappeto scivoloso di caducità e colori saturi è vivido e cristallino. [In effetti devo dire che l’Ama da queste parti sta svolgendo un egregio lavoro, questo è un ricordo davvero molto lontano]

Mi capita ancora oggigiorno, con meno frequenza ovviamente, di percorrere quella stessa via. Le foglie erano verdi, ma cadevano comunque, e la loro densità nell’aria faceva pensare a un autunno verde. C’era vento, l’umidità tipica di Roma, il cielo era plumbeo. Come sempre, rivolsi uno sguardo alla mia scuola, alla grande bandiera dell’Unione Europea e a quella italiana. Idilliaca visione di un fiero edificio rossastro, ostentazione dell’ identità nazionale e continentale agitata dal vento, con accanto un vecchio signore a torso nudo dal petto in fuori e l’aria tronfia e assonnata, una pancia sporgente e levigata come le colline nei dipinte e i capelli ricci e grigiastri… Un vecchio signore sul tetto accanto alle bandiere con i capelli acconciati da vecchietta amante della permanente?

Avevo sonno e tutto sembrava così surreale. Io romanticamente evocavo i ricordi dei miei sentieri d’infanzia, e, volgendo lo sguardo alla vecchia scuola come un migrante volgeva lo sguardo all’Europa in direzione di Ellis Island, vedevo un coatto d’altri tempi grattarsi la pancia e fissare gli alberi sotto i quali io avevo rallentato il passo per scrutarlo esterrefatta.

Più avanti, accanto al bar dall’altra parte della strada mi sembrò di vedere mio zio, solo che mio zio è rinchiuso in un manicomio “light” dell’area mediorientale. Notai poi che era troppo grasso per essere lui, ma considerato che non lo vedevo da molti anni era veromisible che potesse aver messo su peso.

Dopo vecchi signori dai riccioli polverosi sui tetti delle scuole non potevo stupirmi se uno zio depresso era giunto a bordo dell’Orient Express per godersi un po’ di vacanze in periferia romana.

Sulla necessità di fuggire la realtà #?

Avevo intenzione di scrivere una mia opinione dettagliata riguardo l’ultima puntanta di Servizio Pubblico. Mi aveva colpito soprattutto come Vittorio Sgarbi – una persona della quale poco ammiro, anzi – avesse portato in luce – tra le sue solite urla e il suo infervorarsi da borgataro fomentato per l’ultima di campionato – un concetto che mi è molto a cuore, ovvero il vizio che ormai è di moda come il Mojito e i balli di gruppo (che in realtà sono dgli evergreen): la demonizzazione della vecchiaia. Se non ci sono giovani adatti, e chiunque abbia un minimo a che fare con i giovani capirebbe che davvero non ce ne sono, perchè dover necessariamente “rottamare” i “vecchi”? Non mi addentro nel discorso politico che non mi è affatto a cuore, cito coloro che citò il signor Sgarbi. Minoli e Santoro, ad esempio, non sono mica dei giovenetti aitanti (eh no Michele, quell’antica tinta per capelli non funzionò un granchè) ma la demenza senile ancora non pare non li abbia sfiorati e continuano a creare in maniera egregia. Un grandissimo merito anche a Corrado Augias. E Natalia Aspesi? Chi altro mai riuscirebbe ad essere così arguta, diretta, ironica e rassicurante allo stesso tempo nella Posta del Cuore del Venerdì di Repubblica? Quei giovani che tanto decantano sono fuggiti all’estero o si sono suicidati, o sono procinto di fare una delle due cose (o entrambe, io ad esempio troverei più teatrale uccidermi a Williamsburg).

Non volevo parlarne ma alla fine ne ho parlato, misera lingua, misere dita. Non volevo parlarne perchè provo disagio. Parlare del reale e del concreto mi ricorda il lavoro di uno – perdonate il volgarismo – STURACESSI. Il continuo contatto con la merda. È vero, la merda fa parte della vita, parte integrante. Se ne parla in modo goliardico da bimbi, se ne parla al proprio medico in caso di disturbi, vola alta come parola nelle discussioni più ardenti. [mi scuserei anche per l’uso della parola “merda”, non sono mica Beppe Grillo io]

Ma la politica, le persone, il vivere comune, si ovvio, ne parleremo e ne discuteremo sempre, ma con la solita malinconia che provoca spesso l’adeguamento all’etichetta. Per noi codardi, è difficile fuggire del tutto la realtà. Un ottimo compromesso sarebbe viverla senza eccessivi condizionamenti e sentimentalismi.

Quando da queste parti ancora crescevano i fiori, mi ritrovare ad allestire piccole scenette teatrali con protagonisti narcisi, giacinti e tulipani. I narcisi soprattutto erano degli ottimi intepreti, quella loro trombetta è così espressiva, si prestava benissimo per personaggi surreali e sconnessi, grotteschi e un po’ buffi. [potrebbe continuare]

In effetti Fabrizio De Andrè conferma con garbo che dal letame nascono i fior. Mai una certezza, in questa vita.

Multiplo di 11

La banalità delle affermazioni sul cambiamento, le differenze tra percezioni infantili e realtà attuali, i desideri prima di ogni soffio sono la costante di questi anni. La flessibilità è sempre più provata, da giunco si diventa bambù, poi salice e speriamo di non diventar baobab, i castelli sono appartamenti piccoli e funzionali. Non si dava peso alle parole, in realtà si ascoltava meno. Si era aria, adesso come le particelle pesanti ci si posa a terra e si sente tutto, soppesando ogni parola ci si rende conto di quanto effettivamente nel tempo si sia logorata ogni possibilità. Si ha meno voglia di parlare, la voce è sempre più bassa e roca, si ferma dopo pochi secondi e cade.

 

Posso affermare con certezza che più divento grande più la misantropia mi abbraccia forte.

Le luci tremavano in una stanza scarna, dove tutto aveva il colore del legno e la fluidità del miele. Cadevan sui tappeti lisi bombe silenziose che esplodevano in un soffio, lasciando cadaveri di aracnidi e le loro opere incompiute. Il sole tramontava saturando la stanza finchè non arrivò, finalmente, con i suoi solchi sul viso arido e le occhiaie nere. Si sbottonò la camicia e ossevò il suo seno diafano, come fosse immune al calore di quella stanza, alle luci del crepuscolo imminente. Rifletteva solo il freddo. Era insopportabile la visione di quell’areola che sfumava scura verso il capezzolo, così fuori luogo, una macchia traslatasi da quella stanza, dalla finestra, al centro del suo seno. Si mise a cercare disperatamente con le mani pallide e sanguinanti tra la polvere e fogli.

Tagliò con delle forbici vecchie quelle macchie deturpanti. Arcobaleni di fumo si infransero sullo specchio. Avevano l’odore dell’erba fumata in giovinezza, delle ridicole lettere d’amore scritte su pentagrammi ruvidi con grafia tremolante e umida. Cadeva tutto come come bombe sommesse, lagrime leggere subito vapore.

*****

Cadde con il suo corpo di fantasma sui cadaveri i ragni. Un lieve scricchiolio della sua guancia contro quei corpi incrinò il silenzio. Calava la notte e si infrangeva sulla sua neve.

Futuro remoto

Cercavo una stanza in affitto vicino al mare e agli aerei. Abbastanza in alto, per vedere il cielo, magari anche con la possibilità di addormentarmi ascoltando il mare e Lou Reed. Nemmeno avrei sgradito quel piano terra dal quale secoli prima scrivevo nella mente sonetti sugli pneumatici che vedevo dalla finestre, vicini e alla mia altezza, e sui dubbi d’amore. Mi ritrovavo a convicermi che il verde in fondo era impagabile, come i belati e i nitriti che attraversavano la zanzariera insieme al polline più sottile che si posava sull’ Insostenibile Leggerezza dell’Essere. Il passato era come il boss acquatico di Legend Of Zelda Ocarina of Time. Una frusta liquida con una presa forte che ti agitava in aria e poi ti ributtava sugli spuntoni di ghiaccio.

La noia mondana

Durante le cene di gala nei sotteranei delle capanne di Bangkok non ci curavamo del ghiaccio dalle bocche sui vestiti d’alta sartoria. Il continuo gracchiare delle lasagne sotto i denti, era la miglior mozzarella dell’oceano indiano, nutriva i feti che decoravano le bottiglie di vino appese ai muri di tela.

 

Catturavi con occhi felini il pulviscolo blu degli anni che passavano, il pavimento sempre più nero e tagliente. Dalle finestre siamo colati come resina sulla corteccia.