Veemenza old fashioned

Tu non sei di questo mondo ma ti ci aggrovigliasti come fosse ragnatela. Di un grosso aracnide che vuoi compiacere donandogli mosche, farfalle, moscerini e la speranza di non essere tu il prossimo insetto, regalo di qualcun altro. Non capisci? Non sei di questo mondo. Eppure questa caverna ti rassicura, quest’aracnide malvagio lo chiami casa, patria, famiglia. Il tuo focolare è fuoco fatuo, è l’esosfera, non accontentarti di ciò che è putrido.

Filastrocca senza rima senza pretese

Il sole tremulo tra le grate vermiglie
Lento e tenue il disegno di fumo delle sue grandi ali
Una tela di germogli era la corazza contro i bardi della solitudine
Tra i corridoi stretti strisciava sulla sua tela
Colorando di fumo le melodie funebri del grande violoncello sulla montagna
Dove l’eco, imprigionato tra le spine, diveniva demone rabbioso
Puro magma dagli occhi gialli
La tela di germogli divenne cenere
Il grifone dalle ali di fumo dissolto
Sui colli viola di primavera superata

Le luci tremavano in una stanza scarna, dove tutto aveva il colore del legno e la fluidità del miele. Cadevan sui tappeti lisi bombe silenziose che esplodevano in un soffio, lasciando cadaveri di aracnidi e le loro opere incompiute. Il sole tramontava saturando la stanza finchè non arrivò, finalmente, con i suoi solchi sul viso arido e le occhiaie nere. Si sbottonò la camicia e ossevò il suo seno diafano, come fosse immune al calore di quella stanza, alle luci del crepuscolo imminente. Rifletteva solo il freddo. Era insopportabile la visione di quell’areola che sfumava scura verso il capezzolo, così fuori luogo, una macchia traslatasi da quella stanza, dalla finestra, al centro del suo seno. Si mise a cercare disperatamente con le mani pallide e sanguinanti tra la polvere e fogli.

Tagliò con delle forbici vecchie quelle macchie deturpanti. Arcobaleni di fumo si infransero sullo specchio. Avevano l’odore dell’erba fumata in giovinezza, delle ridicole lettere d’amore scritte su pentagrammi ruvidi con grafia tremolante e umida. Cadeva tutto come come bombe sommesse, lagrime leggere subito vapore.

*****

Cadde con il suo corpo di fantasma sui cadaveri i ragni. Un lieve scricchiolio della sua guancia contro quei corpi incrinò il silenzio. Calava la notte e si infrangeva sulla sua neve.

Invero persi

Quando sarà estate tornerò a bagnarmi nelle dighe straripanti delle orbite, le cicatrici nere e purulente non domano le maree.

Continua quella musica che mi copriva dal freddo mentre sorridevo ai sorrisi e parlavo con i conigli nei buchi neri della galassia.

Dov’ eri? Inciampo sulle radici in questa foresta di melma, se anche continuassi a correre, sarebbe forte, sempre, il richiamo della superficie.

Conclusioni in analessi

Una pioggia di palpebre contro la mia fortezza di resina.

Nuvole suddite riscaldavano i miei passi e la mia solitudine nel roseto di alluminio, sospesi tra il pulviscolo, io e la mia nuvola vagavamo tra le teste, ognuna un temporale, la mia nuvola divertita superava anarchica il castello di resina per stringere con i suoi arti di vapore qualche pensiero da plasmare, modellare, buttare o implementare per sempre, fino a far morire. La richiamavo ma era il suo diletto. Abbandonai le nuvole, chiamai i filosofi, una corte di filosofi per massaggiarmi la mente mentre vellutate le stelle scendevano lungo le pareti con insetti incastonati, antichi come le mie nuvole, cumulonembi infiniti che avvolgevano in caldi abbracci questo castello piangente, resina dura e trasparente, invincibile.

Cancellavo dalla tela ogni desiderio, dilettandomi con acquarello bianco. Nel frattempo il cielo di Parigi – bianco, come colmo di neve, di nuvole, di sapienti cancellature – mi ricordava la continua rimozione d’azzurro e di sole che avevo attuato da diversi anni ormai per nascondere tra gli sguardi vecchi, quegli sguardi meravigliosi di diverse forme e colori che come farfalle, almeno per un attimo, si erano posate sul mio, come un incontro tra farfalle – ciò che non sarei stata. Lo osservavo ricordando, vestita di percezioni, sdraiata sul prato, i residui di bianco mi cadevano addosso come fossero nuvole di gesso, scoprendo l’affresco nascosto, accecante e distruttivo per una larva come me. Rigirai lo sguardo verso l’humus, affondando come radice marcia.

Motore immobile

La solitudine. Non temono di circondarsi di mediocrità, tanta è l’ansia di rimanere soli. Raccolgono quel che il destino offre loro, anche se non gli è congeniale, anche se aspirano ad altro e in fondo vorrebbero ciò che riterrebbero il meglio. Collezionano sorrisi estesi alla sola bocca in fotografie da condividere per dimostrare al mondo intero che loro non sono soli, loro non sanno cosa sia la noia. Non c’è tempo che per guadagnare per poter bere relazioni distraenti, di certo poco inebrianti ma a quello ci pensano cosmopolitan e daiquiri. Devono guadagnare per poter poter ottenere quel velo da incolllare agli occhi che alteri allo sguardo ciò che è oggettivamente brutto e lo renda almeno tollerabile. La notte il deterioramento delle membra non impedisce tuttavia un lento e millimetrico cambio di traiettoria della mente, un solo momento prima di chiudere gli occhi, una scintilla che tenterà sempre, prima della morte, di innescare l’incendio.